Da Mosul alla Libia: guerra coloniale, conflitti tribali e affari

Scritto dasu 18 Dicembre 2015

La ditta Trevi di Cesena è rimasta l’ultima concorrente ancora in lizza per prendersi cura della diga di Mosul sull’Eufrate, che il governo iracheno di Baghdad nega abbia bisogno di manutenzione, salvo poi indire una gara per potenziarla. Le spese per gli indispensabili contractors per la sua difesa drenerebbero buona parte dei due miliardi di dollari del valore del contratto, quindi risulta decisiva la scelta del governo Renzi di accollarsi la spesa inviando 450 militari con quello scopo in una zona di guerra, dove soltanto ieri ci sono stati assalti del Daesh, piombato in forze sulle postazioni curde di Mosul.

La guerra si sviluppa con un andamento strategico insolito, dove è importante anche e soprattutto l’immagine che si dà al mondo del proprio coinvolgimento, al di là degli inteeressi economici e di traffici più o meno leciti con le forze in campo, per cui non deve stupire l’annuncio – che probabilmente non porterà a nessuna reale operazione militare da parte dell’Arabia Saudita contro lo Stato Islamico, quanto piuttosto è il risultato dle tenativo dei sauditi di uscire dal conflitto yemenita, aprendosi a nuovi orizzonti internazionali.

Ultima tappa di questo breve excursus sulla situazione nei territori minacciati dalla guerra coloniale e dalle scoribande del Daesh è il puzzle composito di quello che era il territorio libico e ora è un mosaico disaggregato di tribù, Tuareg, milizie di Misurata, islamisti di Ansar al-Sharia, oltre al Daesh che controlla il gofo di Sirte, su cui né il parlamento di Tobruk, riconosciuto internazionalmente dalle forze occidentali, né quello di Tripoli, collegato alla fratellanza musulmana e quindi inviso agli egiziani, possono assicurare un controllo reale, nemmeno se riuscissero a unire le forze in un governo di unità nazionale, come previsto dagli accordi di ieri, sottoscritti solo dai vicepresidenti dei due parlamenti e respinti dai presidenti stessi. Parte dell’occidente li ha fortemente voluti, ma ci sono figure molto destabilizzanti come il generale Haftar che chiede venga rimosso l’embargo sulla vendita delle armi (ovviamente con la scusa di difendersi dal terrorismo), anche per tutto ciò si rafforza il dubbio che l’accordo siglato ieri in Marocco preluda a un nuovo intervento militare europeo

 

Di tutto questo abbiamo parlato con Chiara Cruciati de “il manifesto”:

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