Muri e gentrification: squat di rifugiati sotto attacco a Belgrado

Scritto dasu 20 gennaio 2017

Nel pieno centro di Belgrado un’area di 2 milioni di metri quadrati, considerando l’estensione verticale, è investita da un gigantesco progetto di “riqualificazione” (leggi gentrification) di interesse prioritario per il governo serbo. Si tratta del “Belgrade Waterfront”, progetto immobiliare pubblico-privato che vede la compartecipazione dello Stato guidado da Vučić (che fornirà terreni e infrastrutture) e della Eagle Hills, società di Abu Dhabi specializzata nello “sviluppo di centri urbani” (che investirà nell’edilizia). Il costo complessivo previsto per questa operazione speculativa è di 3,5 miliardi di Euro, mentre i lavori, che dureranno 30 anni, comprenderanno la costruzione di case e hotel di lusso, centri commerciali e uffici, tra cui il grattacielo “Kula Beograd” che, con oltre 200 metri di altezza, diventerà l’edificio più alto dell’intera penisola balcanica.

 

E’ proprio in quest’area che circa 1.000 rifugiati bloccati in Serbia perchè respinti dalla Fortezza Europa avevano deciso  di occupare degli immobili abbandonati da tempo. Persone a cui è stato negato qualunque riconoscimento giuridico sia nell’UE che in Serbia, deportate dall’Ungheria e dalla Croazia e poi bloccate nella cd. “rotta balcanica”, costrette quest’estate a vivere accampate nei parchi pubblici di Belgrado da cui sono poi state sgomberate. Persone che in autunno hanno però deciso di lottare in prima persona contro il regime di deportabilità quotidiana a cui gli Stati le sottopongono, rifiutando il trasfermento nei “campi” istituzionali serbi (da cui poi rischiano nuovamente di essere deportate in Macedonia) e riappropriandosi da sole di un tetto. Squat dove l’autogestione è diventata un’arma contro i confini e contro la gentrification. La repressione non ha tardato a manifestarsi: polizia, ruspe e associazionismo “umanitario” sono presto arrivati per sgomberare e deportare i rifugiati, così come da mesi sta avvenendo, con ogni mezzo legale ed illegale, con le famiglie locali povere che devono essere estirpate da un quartiere dove ci sarà posto solo per ricchi. Dopo la “riqualificazione” il costo medio di un’appartamento nell’area sarà di 400.000 euro, a fronte di un salario medio mensile, in Serbia, inferiore ai 400 euro. Nel frattempo, per coprire la vista “oscena” delle case occupate, è stato eretto un muro con immagini dello sfavillante “Belgrade Waterfront Project”. Ma tra gli occupanti rifugiati e residenti c’è chi resiste, la lotta continua.

 

Questa mattina ne abbiamo parlato con una compagna della rete locale di solidarietà No Border Serbia:

 

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