I molti aspetti anche contraddittori di una richiesta di indipendentismo

Scritto dasu 21 Ottobre 2017

21 ottobre: «Peggior attacco alla Catalogna dai tempi di Franco». Annullata la volontà dei cittadini catalani: queste le parole di Puigdemont dopo la decisione di Rajoy di applicare l’articolo 155, pur non sapendo di preciso dove può portare lo scontro e inventando i provvedimenti gravissimi contro la Generalitat; infatti il governo catalano si riunirà in plenaria, dove dibattere della sospensione dell’autonomia e… probabilmente non potrà che procedere con l’indipendentismo dopo il passo tracotante di Madrid, ma i passi finora fatti da una Generalitat quasi sospinta dalla piazza suo malgrado verso il radicalismo sono stati così indecisi e contraddittori che ci si può aspettare qualsiasi epilogo.

Ora, noi siamo un po’ allergici a qualsiasi nazionalismo, però queste reazioni scompostamente franchiste del gallego Rajoy (che fin dalla sua rielezione ha provocato le reazioni dei catalani, cercando di ridimensionare quella autonomia da loro già conseguita, ridimensionandola con la compiacenza della Corte Costituzionale) , il suo autoritarismo e l’uso di organismi polizieschi per soffocare richieste, minacce di ulteriori provvedimenti violenti e censori (a dimostrazione che in Spagna non si registrano organizzazioni di estrema destra, ma il centrismo di fatto è ancora franchista e compatta anche tutte le destre più retrive… e uno dei meriti di questa lotta è quello di aver mostrato la sacca di fascismo nascosta ancora nei gangli della società iberica), ma soprattutto la situazione che ha innescato la richiesta catalana, capace di mettere in crisi parlamenti e istituti a livello federale e locale, ci incuriosiscono per le dimensioni della mobilitazione (determinata, ma ancora molto pacifica da parte della cittadinanza catalana, non così per la guardia civil) e per la decisione collettiva di volersi affrancare dai modi arroganti e autoritari di Felipe VI e Mariano Rajoy, e con loro respingere e rifiutare franchismo e secoli di vessazioni centraliste… e monarchiche. Certo è un coacervo di persone differenti, ma è sicuramente insurrezione di popolo; tanto che i suoi leader sarebbero meglio intenzionati ad andare a un qualche accordo.

 

Come esordisce in questa intervista di ieri 20 ottobre Stefano Bertolino, giornalista e reporter rimasto a fare riprese dal 1° ottobre in Catalogna: «Barcellona è stata in queste tre settimane una vera altalena degli umori della piazza». Una sintesi che nella realtà allarga a dismisura il campo del suo obiettivo, comprendendo le varie piazze, che sono, non solo nel suo racconto ma in particolare nella sua percezione della realtà, le uniche protagoniste del modo di intendere quella comunità. Da un lato un fiero nazionalismo che pretende l’unità solo perché gli è stata inculcata l’idea di una Spagna unica e unita (così come in generale si risponde a chi avanza istanze irredentiste) e dall’altra una sensazione di poter dare vita a un organismo meno asfittico di quella Spagna, meno oppresso dal governo centrale lontano.

Contraddizioni ce ne sono a bizzeffe (e anche calcoli politici), ma sono quasi connaturate a un qualsiasi movimento che intende dare il giro a un sistema secolare, che potrebbe ispirare altre “liberazioni”, per una volta di ispirazione non palesemente derivante da una destra revanchista, anzi l’unicità di Barcellona viene da questa diversità di provenienza e di intenti di queste istanze antagoniste contro uno stato centrale: una regione «aperta, multiculturale, globalizzata», che però difende e rivendica questo orgoglio, questa diversità locale data anche paradossalmente da una multietnicità che, prosegue Stefano, «protegge e difende le proprie tradizioni culturali», chiedendo di continuare a condividere l’europeismo, non da spagnoli, ma da catalani. E questo lo hanno appoggiato pure coloro che sono andati a votare pur non convinti: di fronte alla prevaricazione violenta di Rajoy ci sono voluti andare per rivendicare la propria volontà di partecipare e di decidere autonomamente.

Rimane ovviamente il sospetto su quello che è il mezzo usato per sfruttare il consenso: è facile identificare un tema condiviso e fare leva sui “populismi” di campanile per chissà quali interessi reali, permangono le perplessità pragmatiche di una possibile prassi di sganciamento di un territorio europeo da uno stato europeo pur rimanendo nella comunità, perché l’Europa si regge costituzionalmente su una federazione di stati e non di regioni o aree omogenee (di qui l’ostracismo che ha lasciato da solo il popolo di una regione in piazza contro uno stato: appunto, l’esempio potrebbe diventare paradigmatico per altre molte aree europee, dissolvendo stati e federazione); tantomeno è chiaro come si possa integrare un sistema come quello catalano… ma quello che viene a galla dalle parole di Stefano è una sorta di sogno collettivo, fatto da persone che non sono particolarmente mosse da istanze nazionaliste, ma immaginano un’aria meno pesante dopo il distacco dalla Spagna. Stefano ha potuto registrare gli umori della piazza e ne viene fuori orgoglio, unità, dignità: nelle sue parole si può rivivere il fremito della piazza alla dichiarazione di indipendenza unilaterale, la delusione per la sospensione, ma anche le botte prese e quella pantomima di urne che sono state la dimostrazione di quanto qualunque appuntamento elettorale sia un rito svuotato del risultato, quanto piuttosto semplice esorcismo che sancisce le attese prima dell’apertura di urne che possono essere cassonetti di immondizia; e poi il contraltare della piazza unionista, fatta di molti emigranti interni, stranieri spagnoli in terra di Spagna, ma anche e soprattutto fascisti, falangisti che hanno individuato nelle mosse catalane un pericolo per la loro idea di Spagna e si sono ricompattati, trovandosi più di quanti ci si sarebbe forse aspettati; ma poi lo stile di vita e l’idea che evoca Barcellona per il suo stile di vita multietnico e globalizzato continua a occupare l’immaginario in senso libertario e se lo stato centrale continua a incarcerare e minacciare non potrà che compattare ancora di più la comunità locale, andando allo scontro frontale, prima di dover comunque arrivare ad accordi di qualche tipo.

Barcelona octubre 2017


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