La guerra dei dazi

Scritto dasu 13 marzo 2018

Tra Stati Uniti ed Europa la guerra dei dazi è sempre più incandescente. È durissimo il braccio di ferro tra Trump, che ha deciso pesanti dazi su alluminio e acciaio e l’Unione Europea, che minaccia ritorsioni.
Macron ha telefonato a Trump per avvertirlo di una possibile rappresaglia. A fronte di tariffe del 25% sull’acciaio importato e del 10% sull’alluminio, gli europei potrebbero colpire il bourbon, le Harley Davidson e i mirtilli rossi; la Casa Bianca ha già detto che in tal caso taglierebbe le importazioni di auto europee, un mercato da 36 miliardi di dollari.

L’Unione Europea, che oggi si atteggia a paladina del libero scambio, è a sua volta pesantemente protezionista.
L’Ue, con i sussidi ai propri agricoltori, ha creato una pesante barriera ai commerci internazionali colpendo non solo gli statunitensi, ma gli africani e tanti paesi asiatici. L’industria e i servizi non sono da meno. Una società non europea non può possedere la maggioranza di una linea area. Senza dimenticare le tasse sui colossi high tech e sui campioni della economia digitale.

I dazi, oggi come nel recente passato, rischiano di essere un boomerang per l’economia statunitense. Secondo i calcoli della società di consulenza Trade Partnership citata dall’Economist, l’aumento dei prezzi dell’acciaio e dell’alluminio crea circa 33 mila posti di lavoro nella metallurgia, ma ne distrugge 179 mila nelle industrie utilizzatrici.
Bush padre tentò di difendere l’industria automobilistica statunitense aumentando le tasse, ma non riuscì ad impedire l’avanzata delle auto nipponiche e tedesche negli Stati Uniti.

La mossa di Trump è molto insidiosa. Per i suoi predecessori le misure protezionistiche erano temporanee e comunque negoziabili negli organismi internazionali (il GATT prima e ora il WTO), Trump non crede né al libero scambio né alle trattative multilaterali. Per giustificare i dazi ha evocato la sicurezza nazionale, un argomento che dovrebbe metterlo al sicuro, perché previsto anche dagli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio – il WTO. Resta il fatto che la maggior parte dell’acciaio importato dagli Stati Uniti proviene dall’Europa, dal Canada, dal Messico, dalla Corea del Sud, tutti alleati strategici degli Usa. Un altro boomerang. Non solo: l’Europa fornisce gli acciai speciali, quelli utilizzati nelle industrie di punta, comprese quelle della difesa, che negli Stati Uniti hanno importanza, questa sì, strategica.
In realtà Trump è mosso soprattutto da ragioni interne. Non ultima la promessa di proteggere le industrie nazionali, che ha dato una bella spinta alla sua campagna elettorale.
Dopo l’uscita sui dazi, l’indice di popolarità di Trump, costantemente sceso dal giorno dell’insediamento, è lievemente risalito.
Sullo sfondo ci sono le elezioni di mid term negli Stati Uniti, che rinnoveranno parte del Senato e della Camera. Il prossimo 6 novembre sarà un test cruciale per la presidenza Trump, un test che The Donald non può permettersi di perdere.

Ne abbiamo parlato con Renato Strumia, attento osservatore di quanto si muove in campo economico

Ascolta la diretta:

2018 03 13 strumia dazi trump


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