Paesaggio con bombe… alcune silenziate, altre in favore di telecamera

Written by on 21 aprile 2018

Sabato 21 in molte piazze italiane manifestazioni contro tutte le bombe, a Torino alle 16 in piazza Castello: in quest’ottica possiamo sentire come viatico l’intervento occhiuto, documentato, non vacuamente pacifista, ma di ferma denuncia che Emanuele Giordana è venuto a fare negli studi della radio a seguito del suo articolo del 18 aprile sulle bombe silenziose (o forse “silenziate”) rispetto al clamore per l’attacco chimico su Douma – ormai considerato da molti una efficace messinscena per dare un pretesto a Trump di mostrarsi ancora protagonista in uno scacchiere da cui è stato messo ai margini; lì i media di ogni tipo hanno fatto la differenza, mostrando effetti, documentando distruzioni, persino accendendo le telecamere sui bombardieri e trasformando i piloti in operatori che esibiscono il loro intervento. Altrove la bomba arriva senza che alcuna immagine riesca a bucare il video. Dunque non esiste e quindi i profughi afgani possono venire rimpatriati a forza, perché è ridiventato un luogo sicuro.

Con Emanuele si è così potuto sorvolare in maniera non bellicosa i cieli dello Yemen e quelli afgani, dove piovono ordigni fabbricati in grande quantità in Italia senza che la comunità internazionale si indigni; abbiamo parlato di possibili soluzioni che ora possono apparire utopistiche ma che si sono realizzate alcune decenni fa, quando si impose alla Oto Melara di non produrre più armi.

Il discorso ha preso spunto dagli scontri di piazza in Armenia di questi giorni contro il terzo mandato al putiniano Sargsyan, perché la situazione nel Caucaso rischia di nuovo di vedere un teatro di guerra come quella non ancora sopita esplosa nel Donbass, ma sono talmente tante le terre a rischio di venire travolte dalla tentazione di risolvere le questioni imponendo la forza che con il direttore dell’Atlante delle guerre ci siamo limitati all’ambito asiatico: dove il genocidio dei rohingya incontra la medesima attenzione delle bombe settimanali che sventrano Kabul, alternate alle operazioni cosiddette chirurgiche dei droni, cui abbiamo alluso citando un bell’articolo ispirato a Virilio e scritto da Lisa Parks, che spiega dove vanno a finire i dati che i droni raccolgono e poi vengono rivenduti alle aziende pronte a ricostruire i paesaggi di guerra (un altro tipo di effetti collaterali della guerra); arrivando alla impressionante “Madre di tutte le Bombe”, scaricata sull’Afghanistan da un Trump esattamente un anno fa, citata nell’intervista a Malalai Joya su “il manifesto” di oggi.

E proprio sulla scorta della intervista di Giuliana Sgrena, dove si lamentavano genericamente corruzione, bombe, signori della guerra, droga e disoccupazione nella nostra chiacchierata si è dato conto anche di una protesta che non tanto timidamente si sta sollevando in Afghanistan dal basso e con determinazione, senza coordinamento ideologico e senza essere pilotato dall’esterno. Quello che è emerso dalle parole di Emanuele infatti non è solo contrapposizione a azioni di guerra più o meno dichiarata, che producono solo disperazione e morte, ma registra dal suo osservatorio dell’Atlante delle guerre alcuni casi di reazione popolare: sia in Afghanistan sta sorgendo un movimento di massa, trasversale che ha già dato vita a un sit in di uomini e anche donne che ha imbarazzato tutti gli attori a Kabul, sia nella citata rivolta di massa in Armenia, da cui eravamo partiti.

Contro tutte le bombe


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