Il vertice Kim/Trump: uno sguardo dall’area del Pacifico

Scritto dasu 16 giugno 2018

Finito l’evento mediatico e propagandistico svoltosi nella cornice caldo umida di Singapore e dopo la diffusione di un documento generico e fumoso, senza allusioni a verificabilità e irreversibilità della denuclearizzazione, ma la fase era decisamente simbolica; un’ufficialità utile solo come facciata per avviare la pacificazione lunghissima e reale della penisola coreana, è interessante analizzare gli eventi per capire chi ne trae più vantaggio, quale nazione possa essere la reale manovratrice dei pupazzi impegnati a darsi pacche sulla scena mondiale.

Spicca la posizione della Cina, vera burattinaia intenta a limitare le intemperanze nordcoreane, evitare ingerenze militari statunitensi, allargare il controllo sull’area, acquisire zone di pesca e dazi nel Pacifico, estendere la rete della Via della seta (che sta producendo resistenze presso i paesi dell’area, a cominciare dal Vietnam che maltollerano l’espansione di Xi nel Mar Cinese meridionale).

Al contempo è importante non perdere d’occhio le manovre degli altri comprimari, come il Giappone di Abe Shinzo in difficoltà interna e ora preoccupato dalla parziale perdita dello scudo militare americano, intento a risparmiare in spese belliche nello scacchiere del Pacifico, dando ragione alla tesi della doppia sospensione cara a Pechino.

Altro vincitore in questa contingenza si direbbe sia Moon Jae-in che ha fortemente voluto la distensione ed è già stato premiato alle urne per la sua politica di aperture.

Per dirimere questa matassa che si sta lentamente sbrogliando, abbiamo chiesto lumi a Simone Pieranni, esperto sinologo che ha seguito in loco gli eventi.

Intanto le diplomazie sono impegnate a rendere più pragmatico il nuovo corso fatto di trattative e concessioni e richieste… e sempre maggiore controllo della potenza cinese, senza dimenticare gli interessi russi che confinano con un oleodotto con P’yongyang: infatti pure Putin incontrerà a breve Kim.

Pieranni


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