Pace di Kabul: s’inscena un accordo fasullo per far credere al disimpegno

Scritto dasu 7 Marzo 2020

La ripresa della guerra era annunciata, ma a Trump bastava l’annuncio di un accordo di minor violenza da spendersi elettoralmente, ritirare le truppe per dimostrare di rispettare le promesse e lasciare che il problema se lo risolvano gli afgani. Solo che al tavolo degli accordi non c’era Ghani (o Abdullah) e non c’era nemmeno l’arbitro. Gli americani rinuncerebbero alla presenza nel paese (non è credibile che Baghram venga abbandonata, con il controllo di merci e armati che permette strategicamente) e i talebani ai legami con al Qaeda (tanto l’emirato islamico è già annunciato).

E infatti dopo 5 giorni alcuni attentati dei talebani hanno provocato 20 morti a Kunduz e i bombardamenti dell’aviazione americana in Hellmand. La consequenzialità schizofrenica equivale a quella che porta gli uni a perseguire una strategia suicida di attacchi annunciati e gli altri a spostare truppe da uno scacchiere all’altro, abbandonando per finta i luoghi della guerra più lunga combattuta dagli americani perché la guerra trendy in questo momento è quella in estremo oriente.

Emanuele Giordana conosce da più di 40 anni la cultura e le vicissitudini dell’Afghanistan: le guerre, i drammi e le occupazioni; le famiglie che costituiscono la galassia talebana e il mullah che gli fa da collante, quello che un presidente da sit-com intrattiene al telefono per mezz’ora il giorno dopo di una firma su un accordo che difficilmente metterà la parola fine a una guerra ventennale.

Strategia talebana, uso spregiudicato della guerra e spartizione del potere

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