Messico. Il ricatto di Trump

Scritto dasu 4 Giugno 2019

In questi giorni sono partiti i negoziati tra Stati Uniti e Messico sui dazi alle merci messicane che il presidente statunitense vorrebbe imporre al paese vicino. I dazi sono un potente strumento di pressione nei confronti del governo messicano, perché si assuma il compito di gendarme dei migranti centroamericani diretti negli States. Il modello è quello adottato dall’Europa: usare paesi cuscinetto per bloccare immigrazione verso le frontiere chiuse della Fortezza Europa. L’Europa e l’Italia hanno dovuto pagare la Turchia e la Libia per il lavoro sporco, Trump invece minaccia. Pesantemente.
Per comprendere a fondo la questione è tuttavia necessario uno sguardo che consenta di vedere oltre la retorica sovranista e l’attacco agli immigrati, perché la situazione in quest’area, pur avendo alcuni caratteri in comune, non è sovrapponibile a quella europea.

I dazi che Trump intende applicare alle merci provenienti dal Messico riguardano solo i prodotti finiti, che sono solo una parte delle merci che attraversano quotidianamente il confine tra i due paesi. Dal Messico agli States passano solo semilavorati, prodotti nelle distese di maquilladoras sparse nelle città oltreconfine, dove le condizioni di lavoro consentono di abbattere i costi agli imprenditori statunitensi che finiscono e assemblano per immettere sul mercato merci made in USA non gravate da dazi. Il sovranismo in salsa Trump è in buona parte propaganda, perché il tycoon si ferma di fronte alle esigenze di una classe imprenditoriale transnazionale.

La stessa questione dell’immigrazione è solo lo straccio rosso di un’emergenza che costerà e costa lacrime e sangue a tanti migranti dai paesi del centro America, ma non mette in discussione un modello che rende facile avere manodopera a basso costo.
Negli Stati Uniti vivono milioni di irregolari, gente senza documenti, senza carta verde, che rischiano ogni giorno di essere fermati e deportati. Queste persone ogni giorno vanno a lavorare in nero nei campi, nelle case, nelle officine meccaniche, hanno una carta di credito, pagano l’affitto o il mutuo. Tanti di loro, in seguito alla crisi innescata dai mutui subprime, hanno perso la casa.
Business is buisiness. Non solo. L’esercito statunitense arruola irregolari, che dopo cinque anni di servizio, acquisiscono la cittadinanza, se muoiono in guerra, i parenti ne erediteranno la pensione.

Ne abbiamo parlato con Stefano Capello.

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