Open Arms. La solidarietà è un reato

Scritto dasu 20 Marzo 2018

Il sequestro della Open Arms nel porto di Pozzallo è l’ultimo tassello della lunga guerra ai migranti che insanguina il Mediterraneo.
I responsabili della ONG spagnola Proactiva Open Arms sono accusati di associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per aver soccorso in mare 208 migranti in difficoltà ed essersi rifiutati di consegnarli ad una motovedetta della guardia costiera libica, che in acque internazionali, ne pretendeva la consegna, spianando le armi.
Tutto è cominciato come tante altre volte. La mattina del 15 marzo il centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo di Roma (IMRCC) è stato avvertito della presenza di alcuni gommoni in difficoltà a una settantina di chilometri dalla costa libica. La Open Arms è arrivata sul posto e ha cominciato le operazioni di soccorso.
Più tardi è arrivato un pattugliatore libico che si è interposto tra la Open Arms e le scialuppe che avevano raccolto i naufraghi. Un braccio di ferro durato due ore. Molti migranti, spaventati dalla prospettiva di essere riportati nelle galere libiche, si sono gettati in mare. Ma i volontari non hanno mollato.
Una donna e un neonato in gravi condizioni di salute sono stati sbarcati a Malta.
Le successive 24 ore sono state terribili: il mare era sempre più grosso ma l’Italia non ha concesso l’approdo in porto finché non si sono mossi il governo spagnolo e la sindaca di Barcellona, Ada Colau.

I libici sostengono di avere una propria zona di Serch and Rescue: in realtà non è vero. Falsa anche la notizia che l’indagine sia scattata, perché Proactiva Open Arms non avrebbe rispettato il protocollo di intesa, imposto la scorsa estate dal ministro Minniti alle ONG, che operano nel Mediterraneo. Il protocollo non è una legge ma un semplice accordo, la cui inosservanza non comporta sanzioni penali o amministrative.
Il PM, che ha incriminato i responsabili della ONG e messo sotto sequestro la nave, è Zuccaro, già noto alle cronache perché, oltre un anno fa, aveva parlato di taxi del mare, annunciando un’inchiesta della magistratura finita in nulla, come quella contro la Iuventa.
Ora ci riprova. In mare resta solo la Aquarius.

Ne abbiamo parlato con Francesca Mannocchi, giornalista free lance, collaboratrice di varie testate tra cui l’Espresso la 7.
Francesca è appena tornata dalla Libia, un paese dove fare informazione sta diventando sempre più complicato, perché i giornalisti sono accompagnati ovunque da esponenti dei servizi informativi libici. Ne consegue che è molto difficile raccogliere testimonianze che non siano condizionate dalla presenza del poliziotto. Forti pressioni sono fatte anche sui traduttori, che accompagnano i giornalisti.
Nonostante la censura il malcontento nel paese è sempre più forte. Da qualche tempo prendono la via del mare anche i libici, che, prima e dopo il 2011, non emigravano. Dopo sette anni di guerra civile, un’economia distrutta, servizi e sanità allo stremo, anche i cittadini di un paese poco popolato e ricco si mettono in viaggio verso l’Europa.
La politica italiana verso la Libia pare priva di qualsiasi base materiale. I “sindaci amici” del Fezzan raccontati da Minniti, non esistono o sono privi di potere. Il paese è diviso e spezzato tra aree sotto il controllo di milizie spesso salafite. Persino il “laico” Haftar, amico dell’Egitto di Al Sisi e degli Stati Uniti, è stato costretto a stringere accordi con i ribelli islamisti della Cirenaica.
La missione libica di Minniti, se mai partirà, sarà irta di ostacoli.
Intanto la gente in viaggio continuerà a morire nel mare o nel deserto.

Ascolta la diretta:

2018 03 20 mannocchi open arms


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