immigrazione

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Giovedì 12 gennaio – ore 10 aula 55 – si terrà il processo a due anarchici accusati di aver scritto sui muri della sede della Croce Rossa in via Bologna “CRI complice dei pestaggi al CIE. Rompere le gabbie!”.
Un occasione per fare il punto sui CIE e chi ci lucra, dopo un anno di “emergenze” costruite per poter meglio modellare un dispositivo securitario, che ormai da molti anni punta sul disciplinamento del lavoro migrante, come grimaldello di una politica che mira a eliminare ogni tutela per tutti i lavoratori, immigrati o “indigeni”.
Ultimo atto del pacchetto sicurezza voluto da Maroni nel 2009, la “tassa di soggiorno”, che dal prossimo primo febbraio tutti coloro che fanno richiesta del permesso dovranno versare allo Stato, che la userà per espellere i “senza carte”. Un meccanismo razzista che è il degno suggello della politica del ministro leghista.
I CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione per immigrati, sono le galere che lo Stato italiano riserva a quelli che non servono più. Sono posti dove finisci per quello che sei, non per quello che fai. Come nei lager nazisti. Raccontano che nei CIE stanno i delinquenti, ma mentono sapendo di mentire. Nei CIE rinchiudono chi ha perso il lavoro e, quindi, anche le carte, oppure chi un lavoro a posto con i libretti non l’ha mai avuto e quindi nemmeno le carte in regola.
Ne abbiamo parlato con Marco Rovelli, autore di “Lager italiani”

Cittadinanza italiana ai figli degli immigrati nati in Italia. Questa proposta del presidente della Repubblica Napolitano ha suscitato l’immediata levata di scudi della Lega e la minaccia del PDL di uscire dalla maggioranza che sostiene il governo. Hanno plaudito i Democratici e i post fascisti di Futuro e Libertà.
Nei fatti è solo una vaga indicazione, un suggerimento senza indicazioni di fattibilità da parte del neonato governo Monti.
La realtà, per i ragazzi che compiono 18 anni, è molto dura: pochi riescono facilmente ad avere il permesso di soggiorno, molti sono obbligati a scegliere tra gli studi e la necessità imposta dalla legge di trovare un lavoro entro sei mesi.
Da febbraio la corsa ad ostacoli che caratterizza la vita di ogni immigrato nel nostro paese sarà ancora più dura. La scorsa settimana è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la data di entrata in vigore del permesso a punti. Ad ogni nuovo immigrato non basterà un lavoro regolare, un’abitazione adatta, ma dovrà dimostrare di essere un cittadino migliore di quelli che la cittadinanza la acquisiscono al momento della nascita.
Il permesso a punti è una sorta di pagella: chi non raggiunge la sufficienza in materie come la conoscenza della lingua italiana, i principi della costituzione non avrà diritto al permesso di soggiorno. Non solo. Dovrà anche avere un buon voto di condotta. Se parcheggia l’auto in sosta vietata perde punti, se viene inquisito per un reato anche banale perde punti.
In altre parole agli immigrati sarà richiesto di essere i primi della classe da uno Stato che nega loro gran parte delle libertà sancite da una Costituzione, rimasta in buona parte sulla carta per gli italiani, mera beffa per chi emigra nel nostro paese.
Intervista all’avvocato Vitale.


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